a misura d’uomo

25 Marzo 2020

Seconda settimana di reclusione. I doppi vetri degli infissi a isolamento termico mi separano dal mondo e dalla sua mancata primavera. Il freddo, che cerchiamo in tutti i modi di tenere fuori, però, ce lo trasmette la televisione. In alta definizione. Possiamo solo starcene a guardare. Il sole che tramonta come ogni giorno sullo stesso davanzale. Le ombre, per strada, mentre si muovono con sospetto. I piccioni che riconquistano il loro territorio sottratto dalle colate di cemento. I corrieri, soli, che imprecano contro i destinatari e abbandonano le consegne agli ingressi come lettere minatorie.

All’inizio sembrava bastasse: perdersi nelle aree interne, disobbedire alle strade battute, passeggiare nei soli posti dove il cielo è l’unica volta disponibile. Ventiquattro giorni fa, non dico tanto, sembrava bastasse. E invece no. Abbiamo dovuto chiudere. Fermare. Isolare.

Come bloccati da una tempesta di neve nell’ultimo posto in cui sono stato, libero. Un paesino con poco più di mille abitanti, almeno per come la vede l’anagrafe. Sopra i mille metri sul livello del mare e con circa 32 abitanti per chilometro quadrato. Il distanziamento sociale, fatto bene.

Il paese è un gruzzoletto di case incrostato come tartaro attorno all’unico superstite di un arco dentale che spunta fiero tra le labbra screpolate di queste colline, al sorridere del giorno.

Alle 16:30 di domenica 1 marzo, Pizzoferrato è deserta. Nella piazza centrale, le panchine sopportano soltanto il peso del cielo. Plumbeo. Il vento ulula tempesta. Le case, strette l’una all’altra, sono una barriera inespugnabile su cui s’infrangono i rintocchi della campana. Il bar, il barista, i suoi tre avventori abituali, noi e i nostri quattro caffè sono l’unica cosa che un termoscanner potrebbe individuare in giro, in questo momento.

Sul punto più alto della roccia, il vento strappa le lacrime dagli occhi. Toglie il fiato dalla bocca. Tira indietro i capelli, come criniere ribelli. Le nuvole, su di noi, corrono verso l’orizzonte sorvolando una terra impietrita. Qui le misure restrittive imposte dalla geografia non hanno funzionato. Erano quasi 2mila, gli abitanti, quando Bruno Sammartino partì per l’America per diventare una stella del wrestling ed entrare nella storia. Mentre qui, in quei 70 anni necessari per erigere una leggenda, il corso degli eventi ha dimezzato le anime. Anche se tutto sembrava essere a misura d’uomo.

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